Città della Pieve

“Prigionieri del cibo”, come riconoscere e curare il Disturbo da alimentazione incontrollata

Pubblicata il 14/05/2016

Il libro di Dalla Ragione e Pampanelli che racconta il centro Dai di Città della Pieve
 
 
Abbuffate fuori controllo, un cibo “senza nome” ingurgitato lontano dagli occhi del mondo esterno, in uno stato quasi di trance. Emerge questo dai racconti di chi soffre di un disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), un disordine alimentare ancora poco noto (solo recentemente è stato inserito nel DSM-V) eppure tra i più diffusi, che colpisce tutte le fasce d’età e i livelli culturali, con un interessamento del mondo maschile maggiore rispetto agli altri disordini alimentari. Pochi ancora sanno riconoscere questa patologia, al punto che chi ne soffre spesso non riceve una diagnosi ed è oggetto di severi pregiudizi morali per i quali si ritiene che, in fondo, la situazione di disagio che queste persone vivono sia soltanto colpa loro. Su questo delicatissimo tema è incentrato il libro “Prigionieri del cibo” a cura della dottoressa Laura Dalla Ragione psichiatra e psicoterapeuta, anche responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare  (Dai) di Città della Pieve e di Simone Pampanelli diabetologo, esperto in disturbi del comportamento alimentare. Il volume sarà presentato proprio a Città della Pieve venerdì 20 maggio alle ore 17.00 nella Sala delle Muse di Palazzo della Corgna. All’evento interverranno gli autori, il sindaco di Città della Pieve Fausto Scricciolo, Anna Mossuto direttore del Corriere dell’Umbria, Carla Casciari consigliere regionale e Stefano Lentini responsabile del presidio ospedaliero del Trasimeno. Il volume oltre all’analisi di tutti gli aspetti del disturbo da alimentazione incontrollata, dalla diagnosi alla terapia, dalla patogenesi ai rischi medici, dai fattori sociali alle comorbilità psichiatriche  presenta anche  il lavoro innovativo del Centro DAI di Città della Pieve, prima struttura pubblica interamente dedicata al trattamento di questo disturbo, in cui si affronta il tema dell’identità corporea del paziente con un approccio realmente “totale” che permette di dissotterrare e far riemergere, con un lavoro di tipo quasi “archeologico”, ciò che il paziente nasconde nella trincea del suo corpo.

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